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Non per niente mammà m'ha chiamato...CLEMENTE!
Chesto bravo guaglione passerà alla storia d'Italia. Certo, ancora è un po’ presto, ma tra qualche decennio i nostri figli o nipoti se lo ritroveranno alla pagina successiva a quella del muro di Berlino e vedranno la sua foto subito dopo quella di Reagan e Gorbaciov..
Chesto figli'e mammà ha insegnato agli uomini e ai popoli un sacco di cose. Ha anzitutto fatto una geniale scoperta. Ai tempo di tangentopoli (Marò, che brutta parola!), scoprì l’esistenza di una malattia contagiosa: la mazzetta. Scoprì che i politici pigliavano e'ssuorde. E la scoperta fu giudicata subito come sensazionale, anche se Stoccolma non si accorse dell'importanza storica dell'evento e ripiegò su Dario Fo. Pazienza! Anche gli eruditi sbagliano, talvolta!
Ma la scoperta della patologia non serve a nulla se non si scopre anche la terapia per debellarla; anche perché la tremenda malattia portava con sé molti effetti collaterali: primo fra tutti quello della stitichezza verbale. I malati non parlavano e, in particolare, non pronunciavano le paroline magiche che il nostro Tonino voleva essi dicessero.
Chesto bello guaglione scoprì allora anche la cura infallibile contro la stitichezza verbale. Se il paziente di turno, nonostante le adeguate sollecitazioni, non evacuava, il nostro simpatico amico ricorreva a una terapia dal nome strano, ma dalla indubbia efficacia benefica: si chiamava custodia cautelare ed era una specie di quarantena rigeneratrice. A quel punto, la malattia aveva i giorni contati e il paziente prima o poi finiva per liberarsi.
Certo, alcuni pazienti, di tempra debole, non resistevano alla cura e, sotto terapia, passavano direttamente al Creatore, senza andare di corpo.
L’altra grandiosa scoperta di Tonino è di portata veramente storica.
Egli insegnò al mondo la funzione sociale del telegiornale della sera e delle prime pagine dei giornali. Infatti, i ricoveri delle persone malate nei luoghi di cura, venivano fatti vedere a milioni di persone come monito affinché queste evitassero il contagio col terribile virus oppure affinché cogliessero appieno spessore dello scienziato e della sua formidabile equipe. Le scene erano meravigliose. Si vedevano i malati, amorevolmente accompagnati dagli infermieri, condotti con le autovetture del servizio sanitario con tanto di scorta. Si esibivano in primo piano quegli aggeggi metallici con cui i sanitari impedivano ai pazienti di grattarsi il prurito portato dalla malattia. Si vedevano i familiari dei malati piangere di gioia. Si vedevano gli scienziati spiegare a eserciti di giornalisti tutti i dettagli della complessa operazione sanitaria. Sì, è vero: magari si è scoperto – dopo la cura – che qualche sparuto paziente non era affatto malato. Ma questo è una quisquilia che non sminuisce affatto la grande figura del nostro personaggio.
Insomma, una pagina gloriosa per la ricerca italiana.
Peccato che molti piansero quando si vide in televisione che Tonino si spogliava, per l’ultima volta, del prestigioso e autorevole camice, quasi come Caifa nel sinedrio.
Nel 452 il Papa Leone Magno decise di incontrarsi con Attila per cercare di convincerlo a desistere dal proposito di invadere tutt'Italia. Il rendez-vous avvenne press'a poco nel punto in cui il Mincio affluisce nel Po. Cosa si siano detti i due, la storia non lo ha ancora chiarito. Ma il racconto di Sossio, il cuoco, originario di Frattamaggiore, dal quale Leone si faceva sempre accompagnare, ci offre qualche spunto.
ATTILA: Santità, vi offro i miei rispetti, ma voi non dovevate disturbarvi.
LEONE: Vabbuò, vabbuò, lassamm' stà i salamelecchi. O' cardille m'ha ritte ca tu vuò scenn'abbascie e piglià puro Roma.
ATTILA: Santità, o’ cardillo é informato malamente. Voi potete staro tranquillo: I', a Roma, nun ce veng. Con rischpietto parlando, Santità, voi portate male. I vescovi romani site tutti 'na massa e' iettatori. Alarico venette a Roma e duoppo morette. Ma accà nisciuno è accussì fesso: i’ a Roma nun ce venghe.
LEONE: E allora pecchè nun tuorne a’ casa tuoie? Che ‘vvuoie? A’ mazzetta?
ATTILA: Santità, i’ nun aggio bisogno della vostra mazzetta: mi basta chella ca me paga Costantinopoli. Ma se voi mi mettete una piccola raccomandazione, i’ ve prometto e’ nun ce scassà o’passero a nisciuno.
LEONE: Uagliò, facimm’ampress’. Di che si tratta? C’aggi’a fa? Che ‘vvuoie a’me?
ATTILA: Santità, i’ me vulisse marità Onoria, chella brava guagliona, ma qualche figli’en’trocchia nun è d’accordo.
LEONE: Uagliò, ma chella è ‘nu scorfano; ma tu o’veramente a’ vuò marità?
ATTILA: Santità, i’nun song Papa, i’song Re: che me ne fott’ammè se chella è ‘nu scorfano? I’aggi’ a’piglià a issa e la sua dote.
LEONE: Vabbuò, veghe chello c’aggi’a’fa. Ma tu vattenne.
Dopo di ciò, i due si accomiatarono. Attila non solo non ebbe Onoria, ma se ne tornò al paesello senza invadere l’Italia, come si temeva. Su questa rinuncia vi sono varie interpretazioni. La più credibile è quella per cui la jella pontificia funzionò ancora una volta. Attila, infatti, morì dopo qualche mese
Mannaggia a'muorte! Zia Concetta ha trascorso tre ore in una Prefettura, semivuota e in balia della più assoluta anarchia, per via di uno stupido passaporto. Per mettre una firma e un timbro l'Italia democratica, fondata sul lavoro, ci ha messo tre maledettissime ore. Questo perché il tizio che doveva attendere a questo faticosissimo incombente: 1) doveva fare il galletto con una svampita; 2) doveva andare al bar, prendere caffè e cornetto, passeggiare andata e ritorno con la svampita; 3) sfogliare il giornale; 4) rispondere alla miriade di telefonate giunte sul suo cellulare privato; 5) sbrigare quella pratica segnalatagli dal solito Picone; 6) andare a fare pipì (suppongo).
Zia Concetta non sa ancora se la protesta scritta protocollata, sia stata già cestinata oppure se la cestineranno tra qualche giorno (magari perché c'é sovraccarico di lavoro).
Longanesi aveva ragione (Una società fondata sul lavoro non sogna che il riposo. Gli italiani mangiano sterco e poi protestano quando vi trovano un capello)
A tre quarti del 19° secolo, un napoletano fece alla cultura italiana un grande regalo: fondò il Corriere della sera.
Il neonato giornale fece una ventina d'anni di gavetta in una Milano in cui imperava - in mancanza d'altro - "La perseveranza", che ormai aveva fatto il suo tempo.
Poi, al timone della testata si mise un grande nocchiero, Luigi Albertini, che portò il Corriere ai livelli dei più grandi quotidiani del mondo.
Albertini era uno con le palle, degno figlio di quei tempi che vedevano aggirarsi, nei vari campi della cultura italiana, gente come Papini, Prezzolini, Soffici; e poi Barzini, Longanesi e un sacco di altra gente.
Erano tempi in cui giornali e riviste, prima ancora di informare, miravano a formare e a stimolare una opinione pubblica che non chiedeva che questo. Le idee erano in movimento, e non solo perché lo diceva Marinetti.
Poi pian piano i tempi cambiarono: Albertini lasciò (così come mollarono gli altri ..."inutili italiani"); il regime frenò l'avanzata del Corriere. Poi la liberazione gli ridiede spazio, ma ormai i tempi erano cambiati e la società italiana si incamminò verso un mediocre appiattimento. L'avvento di radio, televisione e web, completarono l'opera.
Del Corriere, oggi, rimane solo il nome, portato indegnamente. Della tradizione, dell'antico prestigio, all'editore non gliene importa un tubo; così come ai direttori & gregari vari. Di questi tempi ciò che importa non è formare o stimolare; e neppure informare. Solo spettegolare. Del resto, il lettore di oggi dimostra di accontentarsi del mero chiacchiericcio; dei continui piagnistei di Biagi; di pagine culturali riproposte di volta in volta col sistema del copia/incolla; delle notizie e dei commenti presi a prestito dal web (in particolare dai blog); dei servizi fatti da gente che pretende di pontificare in tema di "Opus Day" (proprio così: Opus Day!); e infine del pettegolezzo spacciato per cronaca giudiziaria.
A quando un altro Albertini?
Uagliò, che bella cosa è o'mare!
Menomale che oggi ci sono tutti 'sti aggeggi con cui la gente ascolta la musica in cuffia.
Un tempo ci si portava la radio o il ...mangiadischi (chi se lo ricorda?). E c'erano, nelle spiaggie libere, che oggi non esistono più, gli ombrelloni oni oni allestiti con la tenda laterale dove la gente custodiva il pranzo pre-cotto portato da casa.
E chi se le ricorda la ciambelle salvagente ricavate dalle cameredaria delle gomme dei camion?
Ops, è tardi, devo cucinare. Stasera pesce e ho anche ospiti schizzinosi.
Oggi Zia Concetta voleva postare una cosa. Prima di scrivere, ha fatto il suo solito giro di web e, tra l'altro, ha visto 1) foto di bambini uccisi da bombe; 2) uomini che festeggiavano allegramente, tenendo in mano ed esibendo brandelli di carne di altri uomini uccisi. Le è passata la voglia di scrivere.
Sembra che la canzone estiva (2006) di Simone Cristicchi (quello di "Studentessa universitaria") disturbi la .....delicata sensibilità di molti, perché, si dice, volgare. Cristicchi è invece uno che ci sa fare. In effetti, lui non ha fatto altro che adeguarsi a un uditorio che null'altro esige se non musichette ready-made e ritornelli orecchiabili. Ma il turpiloquio coincide necessariamente con le parolacce?
Coccodè
Ma tu guarda se alla mia età devo imparare l'html!
In ogni caso, questo é un post di prova, perché il fetentone (splinder) non mi consente ancora di postare correttamente: non funziona l'editor e mi devo arrangiare con i comandi manuali. Tanto per rispondere a PacidaSignò: se questo post viene pubblicato, vorrà dire che ho vinto la battaglia (ma vincerò anche la guerra: dixit mus nucis: aliquantum temporis et ego ....perforabo...:-))).
Zattere Per le Mamme: Dalle nostre parti non ci si fomalizza sui numeri (eccetto che per il lotto e affini). L'età anagrafica è relativa. Comunque, la soluzione è lasciata alla libera interpretazione di ognuno. Io ti propongo questa: la politica è falsa, l'arte è falsa, lo sport è falso (eccetera eccetera): forse anche Zia Concetta è falsa. Forse i 79 anni mi servono per autoilludermi di poter impersonare una di quelle vecchie zie di Longanesi.